Scenari incantevoli nel Parco del Pollino

La posizione privilegiata in cui è situato il Volo dell’Aquila consente di raggungere e visitare caratteristici borghi del Parco del Pollino, un viaggio tra tradizioni e culture dal
sapore antico.

San Costantino Albanese

La cultura Arbereshe

Arbereshe indica sia la lingua parlata che il nome degli albanesi d’Italia, mentre Arberia identifica l’area geografica degli insediamenti albanesi in Italia.

La cultura arbereshe è ancora oggi caratterizzata da elementi specifici e caratterizzanti, che rendono la presenza delle comunità albanesi un elemento di forte arricchimento per la comunità locale nel suo complesso.

La specificità di tale cultura si rileva nelle tradizioni, nei costumi, nell’arte, nella gastronomia, ancora oggi conservate gelosamente in molti paesi, in particolare del Meridione d’Italia.  

LA STORIA DELLE MIGRAZIONI

L’emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del XV secolo alla metà del XVIII: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderberg.

Secondo studi recenti sono almeno otto le ondate migratorie di albanesi nella penisola italiana, cui va aggiunta l’ultima recentissima cominciata all’inizio degli anni novanta del 1900.

Gli albanesi in genere non si stabilirono da subito in una sede fissa, ma si spostarono più volte all’interno del territorio italiano e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri italiani e in quasi tutto il Meridione.

LE COMUNITA’ ARBERESHE IN ITALIA

Le comunità arbereshe sono oggi diffuse in quasi tutte le regioni meridionali, superando complessivamente le 100.000 persone, anche se la popolazione di origine albanese che parla la lingua arberesh costituisce una minoranza sul totale degli appartenenti alle comunità italo – albanesi.

La Calabria è la regione che vede la maggiore presenza di comunità arberesh, contando ancora 58.425 persone che parlano la lingua originaria su un totale di 88.319 appartenenti alla comunità italo – albanese. Importanti comunità arberesh abitano in almeno 30 Comuni della Regione, in particolare in provincia di Cosenza.

La comunità di origine albanese più numerosa è quella pugliese (113.088 persone ) anche se solo una piccola percentuale (12.816 persone, concentrate in provincia di Foggia, a Casalvecchio e Chieuti, e in provincia di Taranto a San Marzano) parlano ancora l’arberesh.

Altre comunità si trovano in Sicilia (in particolare nell’area di Piana degli Albanesi, con 15.135 persone che parlano l’arberesh su un totale di 64.177), in Molise (13.877 su 25.051, nei Comuni di Campomarino, Ururi, Montecilfone e Portocannone), Basilicata (nei Comuni di S.Paolo Albanese, San Costantino Albanese, Barile, Ginestra e Maschito, dove quasi tutti i membri della comunità parlano ancora l’arberesh, 8.132 su 9.072). Molto più piccole le comunità italo – albanesi della Campania (2.226 persone) e dell’Abruzzo (510).

LA RELIGIONE

Per ciò che riguarda il rito religioso, gli albanesi in Italia seguivano il rito bizantino in lingua greca, cui il papa Paolo II, nel 1536, attribuì pieno riconoscimento nell’ambito del cattolicesimo.

Molte comunità albanesi hanno però perso, nel corso dei secoli, il rito greco – bizantino originario, anche in seguito alle pressioni e ai contrasti sorti con le autorità civili e religiose locali.

Oggi il rito bizantino sopravvive soprattutto nelle comunità albanesi della Provincia di Cosenza e in quelle intorno a Piana degli Albanesi, in Sicilia.

LA PASQUA

La Pasqua per le comunità italo – albanesi di rito greco – bizantino è la ricorrenza centrale, dalla cui data dipendono le altre feste. Rappresenta la festa delle feste e i riti della Passione, della Morte e della Resurrezione di Gesù vengono rivissuti attraverso la ricca simbologia di origine orientale.

Suggestive per esempio, a San Costantino Albanese, il Giovedì santo, la lavanda dei piedi e l’Ultima cena con gli apostoli; il Venerdì la processione che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in arberesh. 

Il Sabato santo si tolgono le tende nere dalle finestre della chiesa e suonano a festa le campane per annunciare la Resurrezione. Dopo la mezzanotte in molti paesi, le donne si recano ad una fontana fuori dal paese per il rito del “rubare l’acqua“: lungo il percorso è proibito parlare e devono resistere ai tentativi di farle parlare operati dai giovani; solo dopo essere giunti alla fontana e aver preso l’acqua è possibile parlare e scambiarsi gli auguri. Il significato di questo rito ha significati sia sociali che religiosi: le donne in silenzio richiamano la scena delle pie donne descritte dal Vangelo che camminano silenziose per non essere scoperte dai soldati romani; ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini che hanno crocifisso il Cristo, e il silenzio. L’acqua opererà la catarsi liberatrice e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione del Cristo, mentre lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla comunità e al vivere sociale.

La domenica mattina si svolge la funzione dell’aurora: il sagrestano, all’interno della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l’entrata al tempio del sacerdote, che dopo aver bussato ripetutamente entra trionfalmente intonando canti.

Il lunedì e il martedì in molte comunità arbereshe si svolgono le tradizionali vallje in piazza.

LE ICONE E L’ICONOSTASI

Nel rito greco – bizantino ruolo centrale è rappresentato dalle icone raffiguranti personaggi biblici, in sostituzione delle statue tipiche delle chiese cattoliche.

Le chiese di rito greco, di cui quella di San Costantino Albanese rappresenta uno straordinario esempio, presentano infatti l’iconostasi, che divide lo spazio riservato al clero officiante da quello destinato ad accogliere i fedeli e allo stesso tempo costituisce il luogo dove vengono poste le icone sacre.

La parola icona deriva dal greco “eikon” e vuol dire “immagine“: l’icona rappresenta quindi un’immagine di culto, la raffigurazione di personaggi e di avvenimenti sacri; rappresentano la teologia trasposta in immagini e infatti, secondo gli orientali, le icone non si dipingono ma “si scrivono“. Un’icona può essere osservata, ammirata e contemplata, ma per apprezzarla fino in fondo bisogna comprenderla, decodificarne i simboli, conoscerne i soggetti, la storia e i significati, in altre parole “saperla leggere“.

Secondo lo stile tradizionale le icone sono dipinte a tempera d’uovo su pannelli portatili in legno.

LA LINGUA

La lingua parlata dagli albanesi d’Italia è l’Arberesh, varietà del tosco (il tosk è il dialetto parlato nel sud dell’Albania), con alcune inflessioni tratte dal ghego (il geg è il dialetto parlato nel nord dell’Albania) e contaminazioni sviluppatesi durante la permanenza in Italia. Nel 1908 si è deciso di accettare l’alfabeto latino.

Si calcola che solo il 45% dei vocaboli arberesh siano in comune con la lingua albanese e che un altro 15% sia rappresentato da neologimi creati da scrittori italo – albanesi e poi passati nella lingua comune; il resto è frutto di contaminazione con l’italiano ma soprattutto con i dialetti delle singole realtà locali.

Una delle caratteristiche peculiari della lingua arberesh è la mancanza di vocaboli per la denominazione di concetti astratti, sostituiti nel corso dei secoli da perifrasi o da prestiti dalla lingua italiana.

I COSTUMI

Le donne arbereshe sono famose per la bellezza del costume tradizionale di gala, indossato in alcune particolari ricorrenze come il matrimonio o le festività della Pasqua e del Santo patrono.

I costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l’antica simbologia attraverso il ricamo di stelle o di rami fioriti.

Famosissimo per lo splendore e la bellezza è il costume tradizionale di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo.

Molto bello anche il costume tradizionale femminile di San Costantino Albanese, costituito da un copricapo caratteristico (keza e cofa) fermato da spilloni d’argento, una camicia di seta bianca con merletti sovrapposti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite tre fasce di raso bianco e tre di raso giallo alternate e una fascia blu sull’orlo inferiore. 

LA CUCINA

La cucina albanese è molto semplice ma saporita per gli aromi utilizzati nei piatti.

Fra i primi piatti vanno segnalati la “dromesat“, pasta fatta con grumi di farina cucinati direttamente nei sughi, e le “shtridhelat“, tagliatelle ottenute con una particolare lavorazione e cotte con ceci e fagioli. Tra i secondi è molto utilizzata la carne di maiale; ottime le frittate come la “veze petul di cicoria“, cardi selvatici, scarola e cime di capperi. Nelle grandi ricorrenze c’è un grande uso dei dolci, come i “kanarikuj“, grossi gnocchi bagnati nel miele, le “kasolle megijze“, un involtino pieno di ricotta, la “nucia“, dolce con la forma di fantoccio con un uovo che raffigura il viso, e molti altri.

LA TUTELA DELLE MINORANZE LINGUISTICHE

Nel 1999, con la legge 482 del 15 dicembre “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, attraverso cui tutelare le minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano, fra cui quella arberesh. Tra le principali norme emanate dalla legge l’introduzione della lingua minoritaria come materia di studio nelle scuole.

Sei pronto a partire?

Il Volo dell’Aquila ti aspetta.